venerdì 25 giugno 2010

Buone vacanze

Cosa è il disagio, dalla parte del bambino?
In tanti corsi di formazione ci siamo posti, attraverso il gioco, queste domande.
Una collega ci ha detto: «Io, da bambina, mi sentivo triste quando ai giardini raccoglievo dei fiori per mia madre, lei li prendeva, mi sorrideva, ma poi, camminando, li perdeva.»
Spesso dietro alla sofferenza di un bambino c’è un adulto poco attento, adulti che, a diversi livelli, non riescono a tenere nella mente quel bambino.
Quella mamma i fiori li prendeva, ma poi li perdeva, li lasciava andare.
Non era una mamma del tutto disattenta, ma non riusciva a tenere per molto il dono della sua bambina.
Ad un livello metaforico possiamo considerare “fiori” le tante comunicazioni, confidenze, i messaggi che i bambini quotidianamente ci “regalano”. Rimanendo all’interno della metafora, possiamo dire, come dice il proverbio, che ci sono però anche i fiori con le spine; ci sono comunicazioni gioiose, messaggi di affetto, ma anche rivelazioni e segnali di sofferenza.
Ed mi ritrovo molto, come insegnante, nell’immagine della mamma che perde i fiori, penso a quante volte i bambini ci hanno comunicato il loro disagio, la loro sofferenza; ed io, noi, ascoltiamo, accogliamo questi problemi, ma poi, tante volte, li perdiamo per strada, li dimentichiamo.
Come sicuramente abbiamo dimenticato Paolo, un ragazzo di undici anni, che mi ha scritto: «Io ho un problema con i compiti: non è che mi distraggo, è che non riesco a concentrarmi, mi sento come un imbecille che non arriverà a niente. Ho paura di crescere e ho paura di scegliere il lavoro, perchè mi sento capace di niente.
Nessuno crede in me.»

martedì 9 giugno 2009


Comprendere e apprezzare il nostro bambino interiore è essenziale per acquistare la nostra interezza.

venerdì 29 maggio 2009

L’educatore tra ideologie vecchie e nuove.

di Claudio Bosetto

Ogni educatore, genitore o insegnante, dotato di consapevolezza, sa bene che ideali educativi, metodologie, interventi formativi più o meno ben programmati, non sono i più importanti fattori di cambiamento, di crescita e di maturazione dei nostri alunni.
Tra gli insegnanti esiste una consapevolezza diffusa circa l’importanza dei fattori soggettivi, affettivi, nei processi educativi e formativi. Meno esplicita è la riflessione sulla soggettività dell’adulto. Rischiamo ancora di muoverci in una visione scissa dell’apprendimento e dell’educazione per cui da un lato ci sono i bambini e gli adolescenti fortemente influenzati da fattori emotivi e relazionali, per i quali è importante un approccio che tenga conto di tali elementi; dall’altro ci sono gli adulti considerati, in quanto tali, dotati di controllo circa i propri stati emotivi.
Ne consegue una scissione nei metodi e negli strumenti: nei confronti dei bambini comprendiamo che è necessario attivare ascolto emotivo, favorire l’espressione dei sentimenti, valorizzare le potenzialità, curare la socializzazione e le dinamiche di gruppo... ma gli insegnanti, e più in generale gli educatori, vengono ascoltati solo in relazione a progetti, programmazioni, sperimentazioni; i sentimenti nell’adulto sono una debolezza, un fattore di disturbo o comunque un fatto strettamente privato. L’insegnante vale in relazione ai risultati raggiunti e al grado di adeguamento all’ideologia pedagogica del momento; la relazione tra colleghi è fondata sugli aspetti cognitivi e razionali del lavoro.
In altri termini: mentre agli educandi si pone talvolta la domanda “come ti senti?”, agli educatori si pone sempre la domanda “che cosa fai?”. Se per i minori esiste un interesse sempre più diffuso circa le loro dinamiche emotive e relazionali, gli adulti sono considerati solo in relazione alle capacità cognitive, razionali, produttive.
Stress, disaffezione al lavoro, ansia da prestazione, senso di impotenza, maltrattamento intra scolastico, sono tra le conseguenze di questo stato di cose.
Il vecchio impianto autoritario e nozionista della scuola è stato, fortunatamente, messo in discussione ed in crisi; ma i nuovi compiti, responsabilità, difficoltà, di una scuola attenta ai bisogni degli alunni vengono “scaricati” su insegnanti impreparati a mettersi in gioco per costruire, assieme ai loro allievi, sapere e competenza cognitiva ed emotiva.
La pedagogia e la didattica usano parole come relazione, competenza, costruzione del sapere, bisogni emotivi... ma rischiano di diventare una nuova ideologia, un’ulteriore forma di abuso educativo. Se intendiamo per “ideologia educativa” una teoria e una pratica che privilegiano il “dover essere” e il “dover fare”, che delineano metodi scissi dal vitale rapporto tra gli individui, che propongono contenuti disancorati dall’esperienza soggettiva, allora ha poca importanza che la nostra “ideologia educativa” si rivesta di argomenti di “sinistra” o di “destra”, “progressisti” o “tradizionalisti”, legati a qualsivoglia tradizione psicologica, pedagogica o filosofica.
Il rischio di abuso educativo permane fintanto che gli adulti impegnati in compiti educativi non abbiano la possibilità di una formazione e riflessione permanente sugli aspetti soggettivi e relazionali che li coinvolgono come adulti e professionisti.
In concreto: noi possiamo inserire nelle nostre programmazioni la pratica del “circle time” o attivare metodologie di ascolto attivo, ma se non siamo preparati a sostenere l’impatto con le emozioni dei bambini e degli adolescenti, è illusorio pensare di attivare in noi capacità di ascolto: il nostro ascolto si limiterà ai contenuti che riusciamo ad accettare, e inevitabilmente forzeremo le espressioni degli allievi verso argomenti per noi rassicuranti. Possiamo avere chiara l’importanza del gruppo ma non per questo riusciamo a gestire gruppi.
La saggezza popolare ci diceva che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, parafrasando il proverbio possiamo dire che tra l’enunciazione di principi pedagogici, la programmazione di interventi didattici e la loro concreta attuazione, ci siamo noi, c’è il mare della nostra soggettività, delle nostre emozioni, delle nostre difficoltà, delle nostre ansie... la consapevolezza su questo “mare” è il discrimine tra abuso pedagogico e educazione come accompagnamento e costruzione cooperativa.

domenica 24 maggio 2009

da Nadia Croin

Montessori auspicò la messa a punto di una pedagogia volta a modificare e migliorare l’azione educativa attraverso metodi ricavati dall’esperienza sperimentale compiuta con i bambini in condizioni di vita reale, che si basano sulla conoscenza globale del bambino, rispettando così la sua intima natura e che rispondono ai suoi bisogni, arrivando a definire il concetto di autoeducazione.
La pedagogia, il metodo didattico, l’insegnante, l’istituzione scolastica devono aiutare il bambino a trovare i mezzi idonei e a servirsi delle sue potenziali risorse per esprimersi e svilupparsi. Il ruolo dell’insegnante non è più quello di onnipresente guida, ma di coordinatore delle attività individuali e sociali dei bambini; affianca i bambini consigliando e stimolando. L’agire dell’educatore diventa piuttosto un osservare, un vivere, che non un insegnare, vietare e punire.
Il fine dell’educazione, la regola centrale del metodo stanno nella difesa della libertà del bambino, nel rispetto della sua gradualità di crescita fisica e psichica, nello sviluppo delle sue esperienze, evitando che l’adulto imponga la propria esperienza, i propri interessi, i propri modi di apprendere e ragionare.
Il bambino possiede un’intensa capacità di assimilazione delle esperienze: Montessori parla di “mente assorbente” e di “periodi sensibili” che permettono al bambino di mettersi in rapporto col mondo esterno in una maniera eccezionalmente intensa; tutto è facile, allora, tutto è per lui entusiasmo e vita. Ogni sforzo è un aumento di potenza. Quando una di queste passioni psichiche si è estinta, altre fiamme si accendono, e l’infanzia trascorre così, di conquista in conquista, in una vibrazione incessante. E’ in una di queste “belle fiamme spirituali”, che fiammeggiano senza mai consumarsi, che si compie l’opera creatrice del mondo spirituale dell’uomo.
Questo è un altro tratto di modernità del metodo Montessori perché rinvia all’idea di una mente inconscia, di una sensibilità capace di appropriarsi senza fatica né intenzionalità delle cose, cioè del bambino che assume ciò che lo circonda non soltanto con la mente, ma con tutto se stesso. Ed ha saputo vedere nel rispetto della personalità del bambino e della sua originalità interiore un mezzo per migliorare la società umana, per conquistare all’esercizio della pace e della tolleranza tutti gli uomini.
Certamente, oggi, queste considerazioni non sono necessariamente scontate.

L’invito di Claudio a rileggere Maria Montessori mi ha spinta ad approfondire una riflessione che ha a che fare con l’importanza della storia.
L’operatore pedagogico, o educatore professionale, ha dei padri e delle madri a cui ispirarsi e con cui confrontarsi. Può incontrare, attraverso i suoi libri, Paulo Freire. Può studiare Lorenzo Milani, il suo modo di vivere e di lavorare. E ancora può cercare notizie di Rousseau, di Makarenko, di Dewey, di tanti altri.
Si accorgerà che a volte non è facile ritrovarne le tracce o che pur trovandole sembrano portare lontano dai luoghi dove oggi, in questo momento, un educatore è chiamato ad operare. Sembrano portare in situazioni affascinanti, suggestive e proprio per questo diverse, distanti. Ed i protagonisti sembrano essere personaggi dotati di un carisma straordinario e per questo inimitabile.

Si accorgerà che questi “genitori” hanno alcune caratteristiche comuni; soprattutto che la loro vita e il loro lavoro sono intrecciati strettamente, tanto che si può anche dire che la metodologia di ciascuno è profondamente implicata nella dinamica esistenziale ed esige una delicata operazione di evidenziazione per poterla riprendere come tale, cioè come metodologia.
L’operatore pedagogico ha bisogno di leggere e imparare a leggere questi “genitori” spogliandoli dal carisma e rivestendoli delle problematiche metodologiche e istituzionali.
Se questa epoca, nei particolari, ha saputo trovare soluzioni nuove, resta però fermo che i grandi problemi sono immutabili perché l’uomo è sempre lo stesso. Da Platone a Decroly, da Pestalozzi a Montessori, l’insieme dei grandi temi della pedagogia, i temi eterni, costituisce una storia. Nonostante i progressi della pedagogia, le concezioni anteriori sono utili a conoscersi, perché esse contribuiscono a dare un apporto di verità intorno all’uomo, si ispirano a una filosofia e a una morale, sono di per se stesse cultura.
La proposta di alcune teorie pedagogiche, dunque, per scoprire come siano ancora attuali le utopie e le esperienze costruite in luoghi diversi dalla scuola o dalla quale comunque volevano distinguersi e distanziarsi, riconducibili ad un modello di formazione totalizzante e unitaria.
Non per ripercorrere una storia delle dottrine o semplicemente per analizzare sistemi di teorizzazione, ma per osservare i problemi e il modo in cui alcuni autori, in momenti successivi, tentano di rispondere alle questioni, anche valoriali, che agli educatori si pongono permanentemente, per quanto il contesto e le modalità della problematica non cassino di variare.

Le posizioni più estreme e rivoluzionarie in materia di educazione sono nate intorno agli anni ’60 e partono dalla consapevolezza che le istituzioni scolastiche non solo sono molto influenzate da quelle politiche, economiche e sociali, ma che fanno con esse un tutt’uno, finalizzato alla conservazione del sistema, del quale viene proposta la radicale inversione. Le idee di coloro che volevano abbattere la scuola contemporanea, i descolarizzatori, concordavano nel dire che la scuola istituzionalizzata aveva grosse responsabilità nella crisi sociale, spingendo all’accettazione e alla giustificazione della società industriale e manipolatrice e, attraverso la strategia della descolarizzazione, si intendeva assicurare a tutti l’accesso all’istruzione e valorizzare le risorse critiche e creative della gente.
Una contestazione meno radicale ma più risolutiva sul piano concreto è invece quella delle scuole alternative, rivolta ad emarginati e oppressi e con una pedagogia di maggiore fiducia nella persona, non più ritenuta destinata alla sua condizione di devianza e corruzione, ma capace di cambiamento; una pedagogia fondata sul principio della libertà che vuole abolire l’imposizione e crede fortemente nello sviluppo spontaneo del bambino.
Le teorizzazioni e le esperienze sono tante, ma un posto a parte va offerto all’esperienza di don Lorenzo Milani a Barbiana. La sua non fu solo scuola a tempo pieno, ma scuola di vita, di condivisione, scuola per emarginati, scuola di liberazione. I suoi ragazzi dovevano imparare a leggere e a fare di conti, per sapersi difendere dalla vita.
Le scuole alternative creano una fiducia rinnovata nel futuro dell’educazione. La loro validità consiste soprattutto nell’avere offerto una testimonianza viva e concreta di come le idee rivoluzionarie e umanitarie possano staccarsi dal mondo della idealità, per tradursi in realtà operanti.
Ivan Illich, con la sua scuola conviviale e artigianale non si accontenta di queste concessioni perché, sostiene, non basta addolcire la scuola con iniezioni di permissivismo, quando resta la figura dell’insegnante. Paulo Freire, invece, risponde che educatore ed educando dovranno vivere in comunione e reciprocità di interessi attraverso la mediazione del mondo.

Di fronte alle scuole alternative che si propongono di innovare, trasformare, recuperare integralmente l’umano nei bambini, nei giovani e negli adulti, coinvolgendoli responsabilmente nel processo educativo e accrescendone il potere decisionale, si può affermare che la lezione dell’esperienza rimane una lezione di umiltà, di semplicità, di costume che infrange le barriere del consumismo e del magistrocentrismo, per proporre, alla prassi istituzionale, scuole autogestite, libere, aperte.
L’educazione, così, diventa uno strumento estremamente rivoluzionario, una forza potenzialmente dirompente di cambiamento. Colui che lavora per l’avvento di una umanità nuova: è forse questa la definizione migliore dell’educatore.

Nadia Croin

venerdì 22 maggio 2009

Rileggendo Montessori...

(di Claudio Bosetto)

Ogni tanto rileggo qualche passo di vecchi libri, magari quelli di scuola, da un po' di tempo sono attratto da Maria Montessori, mi chiedo come ho fatto a fare il mio tirocinio presso una scuola montessoriana e non aver recepito nulla di quello che oggi trovo nei suoi libri. Vi propongo questo passo, è del 1912. Non vi illudete che oggi queste considerazioni siano diventate oggi, nella scuola, comunemente condivise e praticate.

"Il principio fondamentale deve essere la libertà dell’allievo, poiché solo la libertà consente uno sviluppo di manifestazioni spontanee, già presenti nella natura del bambino. Il bambino deve capire la differenza fra bene e male e compito dell’insegnante è che il bambino non confonda essere buono con l’immobilità e il male con l’attività. L’intento deve essere quello di creare una disciplina per l’attività, il lavoro, il bene, non per l’immobilità, la passività, l’obbedienza. La disciplina deve emergere a partire dalla libertà; noi non consideriamo disciplinato un individuo reso silenzioso come un muto ed immobile come un paralitico: se è così egli è un individuo annichilito, non disciplinato. Noi crediamo che un individuo disciplinato è padrone di se stesso e capace di regolarsi da solo quando sarà necessario seguire delle regole di vita. Non possiamo conoscere le conseguenze che avrà l’aver soffocato l’azione al momento in cui il bambino sta appena cominciando ad essere attivo: forse gli soffochiamo la vita stessa. L’umanità si mostra in tutto il suo splendore durante l’età infantile come il sole si mostra all’alba ed il fiore nel momento in cui dispiega i suoi petali: e noi dobbiamo rispettare religiosamente, con riverenza, queste prime indicazioni di personalità."
[Da Il metodo Montessori - 1912]

mercoledì 13 maggio 2009

AVVISO

Il Blog è in manutenzione e in rinnovamento.
Prestissimo riprendiamo...

Claudio Bosetto

mercoledì 27 agosto 2008

L'adultocentrismo va in vacanza

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Irene:

Salve, sono appena tornata dalle vacanze. Sono stata in un villaggio vacanze con mio marito e i miei due figli di 5 e 11 anni. Il posto era semplice, simpatico, accogliente, in mezzo alla natura, frequentato da famiglie con bambini e/o con cani e da un gruppo di disabili medio-gravi. L'atmosfera era serena. Ogni settimana le animatrici preparavano i bambini a recitare "il re leone" o "la sirenetta". I ruoli piu difficili erano interpretati dagli stessi animatori in quanto si provava solo per tre giorni per un'oretta circa. C'era pochissimo di recitato, molto playback sulle canzoni della disney (leggermente modificate per via dei diritti d'autore!!). Il risultato era uno spettacolo veramente grazioso e simpatico. L'età dei bambini andava dai tre anni agli 11 circa. Suppergiù erano una trentina. I più piccoli, poi, avevano quel delizioso "impaccio" che ti prendeva il cuore. Solo il mio figlio più grande ha voluto partecipare.
A fine spettacolo saliva sul palco il capo-staff che presantava tutti gli attori. Quasi tutti i bambini erano seduti, lui li faceva alzare chiedendo loro nome, età e città di provenienza: a questo punto (sadicamente?) si scatenava. Ogni piccolo attore veniva canzonato, preso in giro o sul nome di battesimo o sul nome della città di provenienza o sul tono della voce o sul fisico: riusciva a trovarne per tutti facendo sfoggio di una fantasia al di là di ogni immaginazione, attaccandosi proprio a tutto. Con mio figlio, fortunatamente, ha avuto la mano leggera, ma non risparmiava nemmeno i più piccoli, anzi, con loro si divertiva di più, perchè più impacciati e perchè la maggior parte non sapeva la provincia di appartenenza.
Il pubblico, composto per la stragrande maggioranza dagli stessi genitori, sembrava divertirsi, i piccoli protagonisti, ovviamente, un po' di meno......
Prima di andare via ci hanno dato un foglio da compilare in cui ho detto il mio parere su tante cose, ma questa l'ho adultocentricamente e vigliaccamente rimossa e taciuta.
Mi piacerebbe mandarie alla direzione del club vacanze un e-mail spiegando civilmente quello che penso. Sono convinta delle mie idee ma ho timore ad esprimerle per paura di essere presa per una stramba rompiscatole e che non mi permettano di tornare il prossimo anno.
Cordialissimi saluti
Irene

martedì 10 giugno 2008

La cura di Sé nella relazione d’aiuto. Prendersi cura di Sé per prendersi cura dell’Altro


Un nuovo Convegno del Centro Studi Hansel e Gretel previsto per settembre 2009

L'idea chiave del Convegno è che per prendersi cura degli altri, soprattutto dei soggetti più piccoli e più bisognosi, è di fondamentale importanza recuperare lo “spirito dell’infanzia”, un atteggiamento mentale di apertura, di speranza, di amore: in questa prospettiva è indispensabile prendersi cura di sé, in modo responsabile con una consapevolezza attenta, benevola e paziente ed in particolare prendersi cura della propria storia e della propria infanzia sia quella riconosciuta, sia quella rimossa. Il Convegno propone il confronto con riflessioni teoriche, ma anche con esperienze di gruppo e con metodologie interattive e soggettivamente arricchenti, per ampliare il confronto con la dimensione del passato che vive nel presente, per stimolare la creatività, per allargare la consapevolezza, per sollecitare in modo non forzoso e doveristico la sensibilità e la disponibilità nei confronti della sofferenza dei bambini e degli adolescenti.


Desideriamo aprire con voi un confronte su questo tema, sia su questo blog che nel nuovo forum, raggiungibile cliccando sul seguente link http://groups.google.it/group/cshg-trauma?hl=it .


Attendiamo vostri suggerimenti, commenti, critiche. Con il contributo di tutti il Convegno potrà arricchirsi di contenuti e proposte.
Da parte nostra vi terremo informati su tutte le novità e gli sviluppi di questa iniziativa.

Claudio Bosetto

lunedì 2 giugno 2008

Perchè siamo dalla parte dei bambini...

Un'amica ci ha scritto, riportiamo le sue parole rispettando il suo desiderio di rimanere anonima. Le sue parole sono per me molto importanti: mi fanno capire ancora meglio perchè stiamo dalla parte dei bambini.
Claudio Bosetto


La prima volta che ho sentito parlare di voi, da voi, per caso, del Centro Hansel e Gretel ricordo di aver avuto un terremoto interiore, un bisogno di dire, di urlare in quella enorme sala piena di gente, ma paralizzata nella sedia.

E’ passato qualche anno, forse dodici, tredici e non Le scrivo per quel desiderio impotente di urlare
Adesso ho trovato le parole per dirlo
Non Le scrivo per avere una risposta, ma per ringraziare
...me stessa

- Per essere riuscita ad emergere da una melma, è stata questa la mia sensazione per anni,essere a pezzi dentro una melma di un lago scuro, oscuro, in piena notte.
- Per essere riuscita a spezzare una catena che non ha permesso che mia figlia ripetesse la mia storia
- Per la persona che sono a scuola, con i bambini in famiglia, con i miei figli nel mondo, con gli altri
- Perché sono capace
..di stabilire relazioni autentiche,
..e di cura e ascolto empatico, soprattutto con i bambini,
..di accoglierli nella loro interezza
..e di consapevolezza delle emozioni per dar loro parola
..di aggiornamento continuo
..e di grandi battaglie per la formazione dei docenti perché possano mettersi in gioco e gestire le loro emozioni per accogliere quelle di chi hanno di fronte

- Per essere riuscita a diventare quel che sono,e adesso ho iniziato a capire di non essere poco, nonostante gli abusi di mio padre, e non solo, dai miei tre anni

che ho rimosso per anni………….

Non ho domande

Solo un messaggio

per chi può e deve sentire:
si può farcela
per sé e per gli altri

domenica 25 maggio 2008

C'era un bambino...

Questo bambino si chiamava Samuele Lorenzi, aveva tre anni, era probabilmente un bambino curioso, vivace, intelligente, aperto ad un futuro che per lui non è arrivato perchè serie di colpi sferrategli alla testa lo hanno ucciso il 30 gennaio 2002.
“Chi è stato?”, "c'è stata giustizia?", "ci sarà pietà?", "quanti anni di galera?" ... queste le domande che l'adultocentrismo mediatico ci impone come questioni fondamentali: sono domande che riguardano gli adulti e solo gli adulti. Sono domande importanti, ma certo non le più determinanbti per il nostro futuro.
Il nostro futuro dipende da se e come faremo vivere i nostri bambini.
Allora non soffermiamoci troppo sul "chi?", ma chiediamoci “perchè?”: perchè i bambini vengono uccisi, abusati, maltrattati?.
Senza illuderci di trovare facili soluzioni cerchiamo, anche nella nostra esperienza, un perchè alla violenza spacciata per educazione, all’abuso mascherato da amore, all’indifferenza venduta come imparzialità.
Non perdiamoci in chiacchiere, proviamo per una volta a fare silenzio e a guardarci dentro. E poi magari guardiamo con occhi benevoli i nostri bambini.
Claudio Bosetto

martedì 20 maggio 2008

Mi sono sentito trattato male...


Sto cercando di riordinare i tanti materiali accumulati in questi anni. Ogni tanto trovo bigliettini, quei bigliettini scritti dai bambini in tante occasioni di gioco, molti li abbiamo già pubblicati. In questo blog abbiamo parlato di maltrattamento, abbiamo dato spazio a genitori, credo sia ora di dare un poco di spazio ai bambini e ascoltare da loro che cosa è per loro il maltrattamento:


«Io mi sono sentito trattato proprio male quando mia mamma mi urlato forte perché non avevo riordinato la stanza. Io ho provato dispiacere perché mi sono sentito una cosa inutile al mondo.
Quando mi trattano male io ucciderei quello che mi ha maltrattato.»

«Io mi sono sentita maltrattata dalla maestra perché mi tratta come un bambolotto, perché mi scuote la testa, mi prende per le spalle e mi scuote e poi mi prende dalle mascelle e mi chiama pettegola o peppia. Ma che maestra é capitata nella IV D ?»

«Io sono stato trattato molto male una sera, infatti, ero stanco e mi ero seduto su un divano; dopo un quarto d'ora circa mamma mi disse di andare a letto, esitai un po’ e stavo per alzarmi quando mio padre mi diede una manata nella coscia lasciandomi un' orma di mano rossa. Mi misi a piangere e andai sul mio letto.
Ho provato tantissimo dolore e disonore.»

«Io mi sono arrabbiato con la maestra quando mi tira le orecchie e mi tira i capelli.»

«Io vorrei che la maestra non ci picchiasse più perché ci fa male e paura, perché ci tira le orecchie, ci tira i capelli, ci insulta, ci grida nelle orecchie. Una volta, invece, si é tolta la scarpa e la voleva tirare contro un nostro compagno e allora ci fa paura.»

«Io mi sono sentito trattato proprio male quando mio papà voleva a tutti costi vedere la televisione in salotto e mandare a me a vederla in camera mia.
Ho provato molta inferiorità verso di me da parte di mio padre nei miei confronti.
Quando mi trattano male io faccio così.»

«Io mi arrabbio con il maestro quando due o tre bambini si comportano male e ci deve rimettere tutta la classe. Mi arrabbio anche quando il maestro ci costringe a stare fermi e se noi ci muoviamo, ci fa saltare l’intervallo. Mi fa arrabbiare quando a certi bambini non li castiga e ad altri sì anche se hanno fatto la stessa cosa.»

«Io mi ero sentita maltrattata quando mia mamma mi ha tirato dietro la banana.
Io ho provato dispiacere perché mi aveva sporcato i capelli.
Quando mi trattano male io gli farei il segno di vaffanculo.»

«Io mi sono arrabbiato con la maestra quando ci tira le orecchie, ci da gli schiaffi e ci tira i capelli. Mi fa arrabbiare anche quando ci insulta e ci dice: “Deficienti! Scemi! Cretini!” Mi fa arrabbiare quando fa dire delle cose agli altri e a me no anche se avevo la mano alzata prima di loro.»

«Io mi sono arrabbiata con le maestre tutte le volte che loro non vedono chi é stato e gli sembra che sono stata io, invece é stato un altro e io glielo dico che non sono stata io; però, loro, continuano a dire che sono stata io; e poi dicono che non sono stata io solo dopo che i compagni gli dicono che non ero stata io e che era stato un altro.»

«Io mi sono arrabbiato con la maestra quando studiavamo perché parlavo, ma non parlavo forte. Lei mi ha fatto piangere e poi mi diceva: ”Non piangere perché glielo dico al papà”. Poi, io piangevo ancora di più e lei mi ha preso dal collo e mi scotolava di qua e di la. E io piangevo. Poi, quando aveva smesso, io volevo ammazzarla: se avevo un coltello la uccidevo. E poi ha smesso e si é seduta: sapete, quella é un macellaio, no una maestra.»

«Io mi sono sentita trattata male proprio male quando mi urlano dietro a scuola.
Ho provato emozione perché davanti a molti compagni e anche molta vergogna.»

«Io mi sono sentito trattato proprio male quando dei miei compagni non mi fanno stare a tavolo perché non mi vogliono. Ho provato in quel momento dispiacere e dolore perché non mi facevano stare.
Quando mi trattano male io faccio così: mi metto a dire parolacce, divento rosso dalla rabbia e in certi casi mi metto a picchiare.»

«Io mi sono sentito trattato male quando mia sorella ha rotto un vaso non nostro è mia mamma se l'è presa con me tirandomene un piccolo pezzo in testa.
Ho provato molta rabbia e mi sono sentito come uno schiavo mal trattato; mi veniva voglia di fargli gestacci e dirgli parolacce.
Quando mi trattano male me viene voglia di spaccare tutto: morsico i cuscini, la mia pelle oppure faccio versi di rabbia.»

«Io mi sono sentito trattato male quando mio fratello mi ha rotto un gioco e mia mamma mi ha dato la colpa ha me io ho provato molta molta rabbia il mio sentimento era molto arrabbiato.
Quando mi trattano male io faccio così vado in giardino e mi sfogo con un albero tirandogli i calci e vorrei tiragli i calci a mia mamma.»

«Io mi sono sentito trattato proprio male quando mia mamma mi ha detto che ero stato io a buttare la palla giù dal balcone quando invece l'aveva buttata mia sorella.
Ho provato all’inizio rabbia e alla fine ho provato tanto dolore perché avevo risposto male a mia mamma. »

«I miei genitori mi hanno tirato uno schiaffone e mi sono arrabbiato.
Volevo tirargli il pintone del vino e mi sono sentito male.
Un giorno mio papà mi aveva portata a fare una passeggiata e gli avevo chiesto se mi prendeva un gelato e mi aveva detto di sì e poi non me l’ha preso più e allora ero triste é vorrei averli dato uno schiaffo.»

«Un giorno ero in giardino a giocare con una mia amica faceva freddo e io mi ero tolta il giubbotto mio papà stava arrivando, mi a visto senza giubbotto ed entrò in casa, e disse a mia mamma che ero senza giubbotto, mia mamma uscì e disse: "Vieni subito in casa disgraziata!"
E io mi avvicino alla porta e le dissi: “Mamma, io entro solo se non mi picchi " E lei disse: "Non ti picchio" Sono entrata e mi ha picchiata.»

«Io mi sono arrabbiato con il maestro perché, un giorno, io Mario e Pierluigi stavamo parlando a bassa voce, la maestra ha detto ai compagni di parlare a bassa voce come noi, ma i nostri compagni hanno urlato e allora il maestro ci ha fatto fare delle operazioni anche a noi che non stavamo gridando.»

«Io mi sono sentito trattato male quando i miei genitori non mi capivano e non mi lasciavano parlare pensando che la mia opinione non contasse, ero incompreso e mi sentivo incompetente anche se non lo ero, io mi sono sfogato e ai miei genitori glielo ho detto, ma dentro di me ancora qualcosa rode!»


(a cura di Claudio Bosetto)

venerdì 9 maggio 2008

"Mal di scuola"


Alcuni giorni fa abbiamo ricevuto e pubblicato la lettera di Miriam, una mamma che ci raccontava dei problemi incontrati dalla figlia nella scuola. Miriam ci ha scritto nuovamente, pubblichiamo integralmente anche questa comunicazione perchè pensiamo possa essere importante, al di là di qualsiasi valutazione nel merito di una situazione che non conosciamo, per continuare un confronto sul "mal di scuola" (ormai anche diagnosticato a livello medico: vd La stampa "Mal di scuola. Per i medici
è un’epidemia" inserto Mondo Scuola lunedì 5 maggio 2008 http://www.lastampa.it/_web/_RUBRICHE/scuola/Pdf/080507/8.pdf ).
Claudio Bosetto


Ho scritto qualche tempo fa per dare la mia testimonianza in merito al malessere che attraversa la scuola da …sempre, probabilmente!

La faccenda relativa a mia figlia è finita a tarallucci e vino, perché io tentavo di dimostrare “aria fritta”. Mi sono rivolta alla Direttrice della Scuola, ma è stato come raccomandare la pecora al lupo, ovviamente. Ciascuno difende la propria poltrona, pur tuttavia la cosa non può scandalizzare nessuno: “se lavora pe’ magnà”.

Io, utente, sono stata trattata a pesci in faccia, mal ricevuta ed ascoltata con aria di sufficienza perché non ho titoli che mi rappresentino: sono solo una mamma che vuole giustizia, un tipo di giustizia difficile da chiedere. Già, la giustizia che io chiedo riguarda un fantasma, un velo sottile, un qualcosa che non si sa bene come concretizzare; infatti non posso urlare allo scandalo per violenze sessuali, né posso indignarmi per maltrattamenti fisici. Insomma, io non li ho presi con le mani nel sacco, in quanto sto “solo” parlando di Rispetto per l’Infanzia e di Applicazione efficace della Pedagogia.

Come dimostrare che, ogni giorno, i bambini subiscono violenze verbali, visive, passive ed attive? Come dimostrare che subiscono pericolose disattenzioni o che vengono letteralmente ignorati ed abusati psicologicamente? Come dimostrarlo? Aria fritta! Ecco cos’è!

E’ aria fritta dire : “lo zaino è troppo pesante, a mia figlia duole la schiena”; oppure “so che l’Insegnante è spesso sgarbata e sta instillando lo stress da prestazione nei bambini”; o ancora “mio figlio viene a scuola malvolentieri perché prova disagio”. Potrei fare mille esempi e tutti sarebbero aria fritta.

Ma tanto per fare notare l’assurdità ed il menefreghismo totale verso i bambini, tengo a specificare il seguente episodio: ho scritto una raccomandata ufficiale alla Direttrice della Scuola per lamentare problemi di zaini pensanti e di atteggiamenti antipedagogici. Ebbene, tutti si sono concentrati, con relativo caos (ho subito anche aggressioni verbali da personale ATA) e note di demerito, sulla seguente frase “Ho suonato 3 volte al citofono della scuola, ho atteso a lungo, ma non mi ha risposto nessuno”.

Nella mia lettera ufficiale parlavo di problemi inerenti ai fanciulli, con toni anche pesanti relativamente alla necessità di un ritorno al Rispetto per il bambino ed alla Pedagogia, intesi quali fondamenti di un’istruzione veramente formativa/educativa, ma tutti si sono concentrati sulla frase in cui facevo notare che a scuola nessuno mi aveva aperto!

Ecco il male della Scuola: la Poltrona!

Non interessa a nessuno che i bambini vadano a scuola ed imparino tutto il peggio della vita. Sì, perché è proprio quello che imparano, e su questo voglio fare alcuni esempi per chi, parlando di <>, non si rende conto che il primo scudo è la formazione stessa dell’individuo.

Ecco un esempio eclatante che vale per le migliaia di esempi fattibili:

La scolaresca si comporta in maniera inadeguata e l’insegnante applica una punizione. Nell’ambito della scolaresca, però, vi sono alcuni bambini che hanno rispettato le regole e, pur nel caos della massa, sono rimasti al loro posto, ligi al dovere. Soluzione della maestra: punire tutti indistintamente! Lezione pedagogica: o ti comporti bene o ti comporti male, poco importa, perché sarai sempre punito anche per le colpe non tue, tanto vale divertirti come fanno gli altri. Lezione pedagogica a lungo termine: da adulti, tanto vale fare schifo, infatti è solo questione di fortuna, cioè se ti beccano o meno.

Particolarità nell’episodio: a tutti i bambini viene impedito di uscire dalla classe, anche a quelli che vanno con il pulmino, ivi compresi i bambini incolpevoli, ma ad un bambino dotato di insegnante di sostegno, viene consentita l’uscita, nonostante fosse fra i colpevoli. Lezione pedagogica per il bambino con sostegno: posso fare quello che voglio, tanto non mi puniscono mai. Lezione pedagogica a lungo termine per lo stesso bambino: inutile sforzarsi di migliorare, poiché in tal modo ho già tutto quello che posso avere.

Ulteriore lezione pedagogica per tutta la scolaresca: quel bambino ha sempre un trattamento speciale, allora dobbiamo fare come lui per essere trattati bene.

Episodi come questo si ripetono quotidianamente, con grave danno per i fanciulli, in tutti i casi, ivi compreso il bambino “speciale”, il quale dovrebbe essere stimolato a dare il meglio di sé, nell’ambito delle sue possibilità, perché tutti possiamo migliorare ed il deficit non può essere considerato un impedimento allo sviluppo.

La violenza “passiva”, proprio come il fumo passivo, è micidiale, ma è Aria Fritta: difficile dimostrarla e lottarvi contro.

Quando gli insegnanti sono aggressivi con gli scolari perché non capiscono, o si distraggono, o sono più lenti, anche i bambini che in quel frangente non sono protagonisti della situazione rimangono scossi ed il concetto di paura si fa strada nella loro mente: “se sbaglio vengono maltrattato; non devo sbagliare altrimenti …; se sbaglio sono asino e merito i rimproveri; sono stupido e non so fare niente; ma perché non riesco a fare come vuole la maestra? Io non ci riesco, si vede che sono cretino…”.

Poi, cosa accade? Semplicemente accade che i bambini non solo non migliorano, non acquisiscono le competenze “imposte”, ma addirittura regrediscono, perché la paura di sbagliare li immobilizza. E non è tutto: quando mia figlia mi ha riferito che più volte le insegnanti umiliavano i bambini, le ho suggerito di rispondere rispettosamente “Maestra, non c’è bisogno di essere sgarbata, perché io vengo a scuola per imparare.”, ma mia figlia mi ha chiesto “E se poi la maestra mi mette dietro la lavagna?”. Da questo ho dedotto che la mia bambina ha appreso la seguente lezione: rinuncia ai tuoi diritti, subisci sempre, perché io sono più forte e ti punisco.

Non posso descrivere quanto orrore mi faccia il constatare che tutto il lavoro svolto per dare un’educazione/formazione ai miei figli venga puntualmente distrutto nella Sacra Istituzione della Pubblica Istruzione. Infatti non c’è da dire di meglio per tutti i gradi scolastici a seguire.

Concludo qui la mia stupida lettera, stupida perché tratta di Aria Fritta e me ne torno ai miei lavori domestici, senza alcuna dignità sociale, con tutto il rammarico di una persona impotente di fronte alle Istituzioni.

Mi rimane solo un’ultima domanda: ma se fossi stata una persona Titolata, o magari una parente del Provveditore agli Studi, o una persona di una qualche influenza sociale, la Direttrice della Scuola XXX mi avrebbe parimenti trattato con pressappochismo e sufficienza dandomi della visionaria e della fannullona che va lì a far perdere tempo?

Impossibile descrivere l’umiliazione che ho subito e soprattutto il sentimento di totale impotenza di fronte al futuro scolastico di mia figlia.

Ringraziando per l’ascolto, porgo cordiali saluti

Miriam

mercoledì 7 maggio 2008

C'era una volta un bambino che non era ascoltato


C'era una volta un bambino di nome Francesco. I suoi genitori lavoravano tutto il giorno e lui era spesso solo.
Francesco un giorno era triste perché non poteva parlare con nessuno. Nessuno poteva ascoltarlo, ma lui aveva tante cose da esprimere.
Così uscì di casa e, costeggiando la riva del fiume, camminò a lungo.
Cammina, cammina, incontrò un pescatore ed incominciò a parlargli, ma lui gli disse:
«Vattene, sennò fai scappare le trote!»
Cammina, cammina, incontrò un altro pescatore che gli rispose la stessa cosa.
Nessuno lo ascoltava mai.
Allora si stufò.
Andò in mezzo al bosco e urlò tutto quello che voleva dire al mondo.
Da quel giorno ogni volta che era triste andava in un bosco e urlava...

Silvia, alunna, 9 anni


«... Anche, avevo paura, che non rivedevo piu` i miei genitori anche se qualche volta mi viene da lasciarli e scappare via da tutto e da loro, ...
Sai, per i grandi i bambini non contano niente ma, spero, che ci vogliano bene»

Chiara, alunna, 10 anni



A QUEI SIGNORI

A quei signori,
che ogni giorno mi insegnano qualcosa;
ad entrare nel loro mondo non sempre rosa,
a sorridere se qualcuno si traveste e fa finta
di essere un vecchio elefante senza grinta.

A quei signori,
che ogni giorno mi insegnano ad amare
senza falso pudore o reticenza,
ad abbracciare o tenere il broncio,
ad esprimere desideri senza chiedere licenza.

A quei signori,
che temono le loro paure,
che sperimentano tutto
col coraggio della vita.

A quei signori,
che mi chiedono di aiutarli a crescere
e non conoscono fatica.

A quei signori,
che sanno stancarsi miracolosamente in fretta quando,
ingenuamente, sbagliamo ricetta.

Ai bambini.


Paolo Ghigo, insegnante



Tanti anni fa il Centro Hansel e Gretel pubblicò un libro che aveva per titolo "C'era una volta un bambino che non era ascoltato". Da tempo pensiamo di ripubblicarlo, ci sono tanti testi ancora attuali, in attesa di riedizione ne pubblicherò qualcuno su questo blog. I testi qui sopra sono un inizio.
Claudio Bosetto

C’è chi piange e c’è chi ride, di Claudio Bosetto


Una bella notizia.
Marco è un bambino che vive in comunità, aveva gravi crisi violente, spaccava e picchiava tutto e tutti, anche se stesso. Ma con lui la scuola ce l’ha fatta! Ora inizia ad essere più sereno, ha un comportamento accettabile, i compagni gli vogliono bene. Quando raccontava delle sevizie subite in famiglia o delle botte date e prese con compagni ed adulti, Marco rideva, diceva che era bello fare e farsi del male, che a lui non importava nulla. Qualche giorno fa doveva studiare una poesia, si impegna, riesce a leggere e ad impararla a memoria, in classe la recita davanti ai compagni. I compagni alla fine lo applaudono. Marco li guarda felice e poi inizia a piangere e sembra che non smetta più.
Dice: «Io piangevo sempre, ma non l’ho mai detto».
Questo davvero dà agli insegnanti e ai tanti operatori che seguono Marco la speranza di essere finalmente sulla buona strada.
Adesso mitighiamo un poco la buona notizia ‘che sennò ci montiamo la testa! Nel pomeriggio un’insegnante di Marco (incauta!) racconta ad una collega che Marco ha pianto perchè i compagni lo hanno applaudito, commento della collega: «Ma che stupido!» Ovviamente Marco è presente.
Cosa dire? In questo caso non s’è detto nulla. Forse perchè non si nutrono speranze rispetto a certi colleghi. Forse perchè si preferisce risparmiare il fiato. Forse perchè è così faticoso entrare in conflitto, eppure si dovrebbe reagire, per rispetto verso i bambini e verso noi stessi.

«Certe schegge erano grandi press’a poco come grani di sabbia e, volando attorno al vasto mondo, andarono a finire negli occhi degli uomini; lì si posarono, e allora gli uomini videro tutto a rovescio. (...) A certi uomini un pezzetto di specchio arrivò addirittura in cuore; e allora, cosa spaventosa, il cuore diventò come un grumo di ghiaccio!» (Hans Christian Andersen)

sabato 3 maggio 2008

A proposito di scuola. Una lettera da un genitore


Abbiamo ricevuto questa lettera, pubblicata nel nostro forum. Ho deciso di aggiungerla anche a questo blog perchè racconta del maltrattamento all’interno della scuola. Da questa e altre lettere non vogliamo aprire processi ma riflessioni: esiste un malessere nella scuola e le conseguenze le scontano soprattutto gli alunni, in particolare i più piccoli. Ascoltiamo e parliamone.


Salve, mi chiamo Miriam ed ho 42 anni. Mia figlia, Celeste, frequenta la prima elementare. Questa mattina non ha voluto recarsi a scuola perché è stata maltrattata verbalmente da una maestra. Mia figlia è una bambina molto dolce, sensibile e timida, sempre molto rispettosa tanto dei grandi quanto dei piccini ed è stata educata alla gentilezza, al ragionamento e soprattutto all'amore. Dal momento in cui ha lasciato la scuola materna (privata) ed è passata alla scuola pubblica, con un certo anticipo poiché compie gli anni il 22 gennaio, ha trovato un mondo di ostilità e cattive maniere, con il quale si è dovuta confrontare giocoforza. Mi sono impegnata molto per suscitare in mia figlia la fiducia e l'affetto verso le proprie insegnanti, nonostante i loro modi spesso non appropriati, ma in questi giorni mi sono trovata costretta a proteggerla, richiedendo l'intervento del Dirigente scolastico. Tralascio i particolari della vicenda in questione per focalizzare l'attenzione sul seguente concetto: non c'è rispetto per i bambini e soprattutto non c'è compassione per quel momento della crescita umana in cui l'individuo è più indifeso e bisognoso di comprensione. Ho un altro figlio, ormai alle scuole superiori, per cui ho fatto sufficiente esperienza per poter affermare che nelle nostre scuole ormai si pensa a tutti i progetti possibili e immaginabili (dal progetto multiculturale, a quello ambientale etc...) tranne che al "progetto bambino", inteso quale creatura in crescita, in evoluzione, che ha bisogno di essere accompagnata, guidata, sollecitata, amata. Sempre più si concepisce la scuola come un luogo in cui non si va più per imparare, ma per dimostrare le proprie abilità: "chi ha capito ha capito, io non spiego più; i lumaconi si arrangiano; svegliati, addormentato!; sei cretino, non capisci niente!", etc...etc...La scuola rimanda ai genitori. Gli insegnanti si comportano come operai di una fabbrica, dove si va a guadagnare lo stipendio, dimenticando che la scuola è una fabbrica di umanità, con una responsabilità morale e civile di gran lunga superiore.
In sintesi, noi genitori chiediamo rispetto per i nostri figli, chiediamo la piena applicazione della Pedagogia e pretendiamo che i fanciulli siano trattati con amore, perché, indipendentemente dalla loro vivacità o meno, sono sempre e comunque bambini. Ho insegnato a mia figlia (bambina composta e giudiziosa, contro la quale una parola sgarbata è veramente come una bomba sotto la Croce Rossa), il rispetto delle persone, degli animali e di qualsiasi cosa, ma mi aspetto che riceva altrettanto e non mi sembra giusto che le insegnanti si approfittino di lei perché è una bambina indifesa. Mi sconvolge l'idea di doverla lasciare per ore ed ore sotto l'influenza di simili individui e vorrei adoperarmi attivamente per far sì che il rispetto per l'infanzia e l'applicazione della Pedagogia diventassero la linfa vitale della Scuola. Cosa posso fare in merito?
Grazie per l'ascolto, cordiali saluti
Miriam



Una sola osservazione:
non credo che gli insegnanti si comportino come “gli operai delle fabbriche” in quanto questi ultimi devono, suppongo, render conto del loro operato al datore di lavoro che, se non è un pazzo votato al fallimento, controllerà la qualità del lavoro dei suoi dipendenti: questo purtroppo nella scuola non accade quasi mai.
Claudio Bosetto

giovedì 3 aprile 2008

Adultocentrismo. Istruzioni per l’uso – 2, di Claudio Bosetto

Un metodo empirico ma efficace per riconoscere l’adultocentrismo: data una vicenda in odore di adultocentrismo provate a rielaborarla collocandola in altro ambito, mettendo al posto del bambino protagonista qualcosa di più “solido” e universalmente apprezzato come importante e degno di protezione come ad esempio il denaro e valutate se le due vicende avrebbero avuto il medesimo svolgimento.

Un esempio.
Un insegnante viene condannato in primo grado per commercio di materiale pedopornografico, commercio effettuato con il computer del laboratorio scolastico. Dopo un primo periodo di allontanamento da scuola l’insegnante viene reintegrato al proprio posto in attesa di sentenza definitiva (il reintegro disposto dal giudice non avviene anche grazie al “buon senso” dimostrato dall’insegnante stesso che chiede di non tornare a lavorare in una scuola).

Cambiamo ora i termini della vicenda: immaginiamo un impiegato, cassiere in un istituto bancario, sorpreso a rubare soldi dalla cassa. L’impiegato viene condannato in primo grado, in attesa della sentenza è senz’altro giusto che il presunto colpevole abbia comunque un dignitoso lavoro; ma cosa penseremmo di un direttore di banca che non solo reintegrasse il dipendente nella stessa banca, ma addirittura lo riammettesse a lavorare alla cassa?! Evito i commenti. Se volete fateli voi.

Secondo esempio
Un insegnante ha il compito di favorire nei suoi allievi la crescita, la maturazione, il raggiungimento di obiettivi cognitivi e relazionali, un compito di grande importanza, non solo per l’allievo ma per la società futura. Il professionista che ha sulle sue spalle un compito così gravoso di quali sostegni e supervisioni dispone? E a quali controlli viene sottoposto circa i risultati del suo lavoro? Risposta facile facile ad entrambe le domande: di fatto nessun aiuto e nessun controllo.

Cambiamo ora i termini della vicenda: immaginiamo un impiegato di una società finanziaria; l’impiegato ha il compito di curare e far fruttare titoli e azioni dei clienti della società. Secondo voi se anzichè far guadagnare denaro lo fa perdere questo impiegato continuerà ad avere una lunga e sicura carriera all’interno della società per cui lavora? Ci scandalizzeremmo se l’impiegato venisse sottoposto a controlli per accertarne le qualità professionali? Non vorremmo affidare i nostri denari a una finanziaria che poi si disinteressa della professionalità dei suoi dipendenti!

I genitori affidano quotidianamente i loro figli ad una istituzione, la scuola, che non controlla adeguatamente la qualità del servizio che eroga e che comunque è in grande difficoltà ad assumere la tutela degli alunni nei confronti degli insegnanti incapaci.
Vari governi e ministri hanno provato a far passare timidi tentativi di valutazione del sistema scolastico; io che per dovere professionale frequento i collegi dei docenti posso assicurare che nella mia esperienza mai ho sentito tanta unanimità e coralità nei miei colleghi come quando si tratta di respingere ogni proposta di valutazione del lavoro degli insegnanti. Noi insegnanti sappiamo molto bene cosa significa valutare, lo facciamo per mestiere tutti i giorni, e mai e poi mai vorremmo essere noi sottoposti a valutazione!

Un tema di moda: bullismo, aggressività, volgarità.
Un aspetto meno di moda: facciamo una ricerca su questi temi ma sui docenti bulli, aggressivi, volgari.
Cominciamo dalle parolacce. Pensando alla mia esperienza di alunno e di docente sto compilando un elenco degli insulti in uso durante le attività didattiche; mi sto facendo anche aiutare da mia figlia che ha una vasta esperienza di professori dalle colorite espressioni.
«Ma voi avete fatto le elementari in Uganda?!» chiedeva il professore di matematica agli alunni poco capaci; riuscendo, con mirabile sintesi, a fondere il razzismo, il pregiudizio ed il disprezzo verso gli alunni e i loro insegnanti della scuola elementare.
(Sinceramente non so come siano le scuole elementari in Uganda, mi chiedo talvolta se non converrebbe chiedere il trasferimento).

A presto i primi risultati della ricerca. Se volete rispondete anche voi al quesito: come vi hanno insultato i vostri professori? Come insultano i vostri figli o i loro compagni?

Continua...

martedì 25 marzo 2008

Adultocentrismo. Istruzioni per l’uso, di Claudio Bosetto


Istruire per l’uso non significa necessariamente incentivare o approvare l’uso medesimo.
Significa avere consapevolezza.
Ricercare e riconoscere “gli usi” adultocentrici.
Tutte le riflessioni che porterò sono sorte dal mio lavoro o dal lavoro di formazione e confronto con i colleghi insegnanti o genitori, cercherò di rendere sempre non riconoscibili personaggi e luoghi, non distinguerò tra vicende capitate a me personalmente e racconti di colleghi, in nessun modo intendo esemplificare comportamenti più o meno “political correctly”. Tutto ciò che racconto, anche se non l’ho fatto io, avrei potuto farlo: l’adultocentrismo appartiene a tutti noi, per liberarcene (almeno un poco) non ci servono giudizi o buoni consigli, ma tanta compassione e magari qualche sorriso, qualche lacrima e un poco di indignazione.

Istruzione n° 1 – La considero l’istruzione fondamentale: quando sentite qualcuno, soprattutto se in una riunione ufficiale di insegnanti, educatori..., dire che una certa azione viene/deve essere fatta “per il bene del bambino” potete chiamare subito i Carabinieri o quantomeno allarmarvi perchè è certo che si sta programmando/proponendo qualcosa ad esclusivo interesse degli adulti dove, se va bene, i bambini non avranno alcun beneficio, ma, più spesso, ne riceveranno considerevole danno.
L’espressione “lo facciamo per il bene del bambino” viene già stigmatizzata dalla saggezza popolare che ci dice che le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Non sempre si riesce a cogliere il nesso con l’adultocentrismo, anch’esso lastricato di “lo faccio per il tuo bene”.
Alcuni esempi di ieri e di oggi.
Per il bene del bambino si deve:
• bocciarlo in prima elementare, perchè poverino è immaturo, così gli diamo un poco di tempo per crescere;
• a scuola fargli seguire il programma di lavoro degli altri, anche se non lo può fare o capire: non dobbiamo parlargli della sua situazione di handicap perchè sennò soffre;
• picchiarlo, ma senza rabbia o rancore, infatti lo picchiamo con tanto dispiacere e lo facciamo solo per il suo bene;
• se ha un handicap visibile, ad esempio gli manca un arto, ha una paralisi facciale, ha una malattia degenerativa che lo paralizza progressivamente, dobbiamo porre molta cura a non dirgli mai nulla circa i suoi problemi, il meglio sarebbe far finta che non esistano;
• se muore un genitore non farglielo sapere;
• non segnalare mai nulla di quanto dice o fa per quanto possa essere preoccupante, soprattutto non bisogna dire nulla ai servizi sociali perchè potrebbero creare tanti problemi al bambino;
• per il bene del bambino è sempre meglio non entrare mai in conflitto con i suoi genitori: il buon rapporto con i genitori deve essere curato prima di ogni altra cosa;
• ........................................................................................

Attendo i vostri contributi, perchè temo che l’elenco sia assai lungo...
Compito per chi lo vuole fare: nella mia infanzia cosa ho dovuto subire, a casa o a scuola, per il mio bene? Scrivete e sarete pubblicati.

Istruzione n° 2 - Di fronte ai bambini gli adulti devono sempre mostrarsi concordi e solidali: i bambini, per il loro bene, non devono pensare che gli adulti possano sbagliare o commette atti ingiusti o criminosi;
Solo due esempi:
• se la maestra picchia mio figlio, io genitore mi posso lamentare con la maestra, ma al mio bambino (ovviamente per il suo bene, vd punto 1) devo dire che si è comportata correttamente e sgridarlo per aver indotto la maestra ad arrabbiarsi al punto di picchiarlo;
• se un genitore picchia violentemente il figlio e quest’ultimo lo confida a me insegnante, io devo farlo riflettere su quanto ha fatto arrabbiare il genitore per indurlo a tale comportamento ed esortarlo a comportarsi meglio; proprio volendo, ma con molta prudenza e facendo attenzione a non urtare la sensibilità del genitore, posso accennare alle percosse e consigliare qualche punizione meno cruenta.

Una versione del primo esempio l’ho sentita raccontare da un adulto che da bambino era stato ferito al capo dalla sua insegnante con un oggetto contundente, la madre diede ragione alla maestra ed aggiunse una punizione di suo, ma poi andò dall’insegnante per protestare, questa vicenda era motivo di orgoglio per il bambino divenuto adulto che vedeva nel comportamento della madre un fulgido esempio di coerenza educativa; (brivido freddo al pensiero dei figli di quest’uomo).


Continua...

martedì 11 marzo 2008

Diario di bordo. Viaggio intorno all’infanzia rimossa, di Claudio Foti

Ho girato l’Italia. Tante suggestioni ed esperienze che mi lavorano dentro. Per fortuna mi fermo per po’ e poi ci sono le vacanze di Pasqua.

Venerdì 29 febbraio. SALERNO. TRASMETTERE AL PICCOLO TESTIMONE CHE SIAMO INTERESSATI A LUI COME PERSONA
AlcunI giudici che conosco ed ascolto negli incontri di formazione gestiti dal CSM, a cui ho avuto il piacere di essere invitato, sono straordinariamente sensibili ed esperti sul tema degli abusi ai danni dei bambini. Mi colpisce una schiera di magistrati donna, giovani ma con grande esperienza e competenza tecnico-giudiziaria ed umana. In particolare voglio sottolineare una riflessione che ho ascoltato da un giudice e che sarebbe importante venisse condivisa ed approfondita dai giudici impegnati nei procedimenti relativi agli abusi: per gestire le indagini sugli abusi sessuali ai danni di “minori", per condurre le audizioni , per intervenire come giudice nelle procedure che riguardano bambini, bambine, adolescenti che potrebbero essere piccole vittime di grandi violenze occorre trasmettere a questi soggetti in modo coerente una atteggiamento, capace di veicolare un interesse umano per le loro persone, che va al di là dell’interesse per le indagini o per il procedimento giudiziario.
Ha affermato la dott.ssa Alessia Sinatra, Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo: “Si avvierò l’ascolto con le consuete e fondamentali domande di carattere neutro , assolutamente estranee all’oggetto del processo, finalizzate a creare una relazione con il minore (il c.d. rapporto empatico) ed altresì a rassicurarlo del fatto che i suoi interlocutori sono interessati a lui come persona (portatore di reazioni, sentimenti ed esperienze legate anche alla sua quotidianità) e non esclusivamente alla vittima, chiamata a descrivere l’abuso sessuale subito, indicandone i più intimi particolari, consentendo altresì l’identificazione dell’autore. Occorre far emergere i suoi bisogni, le sue esigenze di vita, le sue aspettative, tendendo sempre in considerazione i suoi sentimenti, le sue paure, inevitabilmente amplificate dal contesto giudiziario – consentendo al minore di strutturare un’immagine del sistema che si identifichi i e coincida con la tutela e il rispetto nei suoi confronti, più che sulla valutazione di un fatto e la punizione del suo autore”.

Sabato 1 marzo. PERVERSIONE E TRAUMA. UNA CIRCOLARITA’ DA ESPLORARE.
Rimango a Salerno. Per la prima volta ho condotto un seminario, organizzato dalla Cooperativa “Minor amati”. Questi bambini saranno “minori” amati o amati in modo minore? Saranno “minori” amati o minorati d’amore? Nel seminario ho cercato di collegare la riflessione sulle problematiche della perversione e a quella sulle problematiche del trauma. Riporto il programma. E’ nata prima la perversione o è nato prima il trauma? E’ nato prima l’uovo o la gallina? Sicuramente il trauma, soprattutto quello che si subisce nei primi due anni di vita, ma non solo … può creare ferite, vuoti, vissuti di umiliazione che possono essere rovesciati nel dominio perverso - sessuale o sadico- sull’altro, sul soggetto più piccolo e con minori capacità di negoziazione. Sicuramente il trauma può generare un vuoto colmabile – fra le variegate possibilità di risposta e di evoluzione – dal tentativo perverso di tentare di usare l’altro come strumento del proprio equilibrio malato. D’altra parte è vero anche il contrario: sicuramente la perversione contribuisce a generare trauma, dal momento che il perverso persegue pratiche di onnipotenza e di trionfo onnipotente sulla debolezza altrui non calcolando le conseguenze delle propri azioni o, piuttosto, calcolandole per potere meglio sfruttare e manipolare la sofferenza altrui.
PERVERSIONE E TRAUMA. DUE DIMENSIONI DA ESPLORARE. MATTINO: “La psicologia e la psicoterapia di fronte alla pedofilia, all’abuso, alla perversione” . Discussione e interazioni con il pubblico. Intervallo. “Due verità sul trauma” . Discussione e interazioni con il pubblico.
POMERIGGIO: “Curare il trauma delle vittime e degli autori è possibile” . Video: Cosa insegnano i pazienti. Le competenze e motive e relazione del terapeuta di fronte al trauma. Discussione e interazioni con il pubblico.

Martedì 4 marzo. PARMA. LA COMPAGNIA DEL DOLORE E DELLA SPERANZA.
Seminario conclusivo di formazione e supervisione sul trauma con un gruppo di psicologi. Quanto disagio e quanta esperienza di impotenza e difficoltà accumulano gli psicologi che lavorano nei servizi territoriali a contatto con problematiche Quanta sensibilità e quanta incertezza per l’assenza di strumenti e risorse di valutazione, di diagnosi, di supervisione e di cura.
C’è un immagine che è circolata nel gruppo di lavoro. Quanto è impegnativo e quanto nel contempo è decisivo arruolarsi nella “compagnia del dolore” a contatto con la sofferenza e la confusione di soggetti che sono stati pesantemente segnati dal loro passato, che sono perseguitati dai loro ricordi, che sono minacciati nel loro presente e nel loro futuro dal costante rischio di rimettere in scena il trauma. La compagnia del dolore deve essere ridefinita come “compagnia del dolore e della speranza”. Condivisione dei fatti e soprattutto dei sentimenti vissuti nel trauma. Accompagnamento all’inferno del trauma , per un viaggio di andata e ritorno. Ma anche condivisione di una prospettiva di cambiamento: la speranza di superare gradualmente come professionisti le incompetenze emotive e cognitive che si accumulate nella comunità scientifica ed istituzionale sul trauma, la speranza di avviare un percorso di formazione, ricerca e supervisione, la speranza di verificare sul campo che curare il trauma è possibile. La speranza per i pazienti che il futuro non necessariamente deve essere una riproposizione del passato in forme sempre diverse, ma sempre analoghe. La speranza per i professionisti di un arricchimento umano e culturale a partire dal confronto con la sofferenza traumatica e post-traumatica.

Mercoledi’ 5 Marzo.
ROMA. CONVEGNO L’INFANZIA NEGATA, organizzato dal prof. Cancrini.
RICERCA SULLE SENTENZE RELATIVE AI REATI DI ABUSO SESSUALE SUI MINORI.

La D.ssa Giuliana Olzai ha presentato una interessante ricerca sulle sentenze relative ai reati di violenza sessuale presso il Tribunale Penale di Roma (2000-2003). Ha affermato: “Un altro dato allarmante e inquietante è l’invasività e la gravità degli abusi attuati soprattutto sui minori di anni 10 e quindi non attivi sessualmente, indelebilmente traumatizzati, psicologicamente e fisicamente, nella delicatissima fase di sviluppo attraverso l’imposizione di precocissimi rapporti di natura sessuale, e molto spesso ripetuti. Per quanto riguarda la verifica della effettiva persecuzione dei reati a sfondo sessuale da parte del sistema giudiziario, emerge che il 58.3% degli indiziati con vittime minori di anni 14 sono stati imputati per violenza sessuale, mentre per la rimanente quota (pari al 41.7%) il Pubblico Ministero ha optato per l’archiviazione. I condannati per violenza sessuale costituiscono il 76% degli imputati, con un’incidenza sul totale del 44.3%. Tuttavia, nei casi in cui viene accertata la responsabilità penale dell’imputato, le pene detentive inflitte si aggirano per la stragrande maggioranza degli autori attorno ai minimi edittali. A ciò si aggiunge che buona parte di essi hanno beneficiato della sospensione condizionale della pena. Un altro risultato su cui riflettere è che, alla stragrande maggioranza degli abusanti che hanno perpetrato “atti sessuali” diversi dalla congiunzione carnale è stata riconosciuta la circostanza attenuante speciale (prevista nel caso di minore gravità.”

Mercoledì 5 marzo. ROMA. CONVEGNO L’INFANZIA NEGATA. NEGAZIONE DELLA CONSAPEVOLEZZA E FUNZIONE DELLA POLITICA . UN CONTRIBUTO DEL MINISTRO FERRERO Il ministro Paolo Ferrero riprende una mia riflessione sulle barriere all’ascolto che impediscono nella famiglia, nella scuola, nella comunità sociale la circolazione delle informazioni relativa al disagio mentale e relazionale dei bambini, un disagio che può riguardare non solo l’eventuale maltrattamento di cui sono vittima , ma anche varie forme di disagio e di solitudine (in parte questa mia riflessione è contenuta nell’articolo che è stato pubblicato sull’Unità del 5 marzo ed inserito in questo blog)
Paolo Ferrero con il suo stile prosaico, ma essenziale, con la sua modestia, forse eccessiva, sicuramente infrequente fra i politici, allarga questa riflessione con un contributo intellettuale che mi è parso notevole, un contributo che provo a riassumere: tutto ciò che non riesce ad essere pensato, ascoltato ed elaborato socialmente perché crea troppa angoscia, tutto ciò che non riusciamo a riconoscere come problema che ci appartiene, che riguarda la nostra comunità (per es: la violenza sui bambini, il disagio che porta al bullismo, alla droga, ai comportamenti sessuali aggressivi, le carenze nella sicurezza delle città ecc…) viene ripreso dalla politica e associato a soluzioni magiche, non realistiche e non responsabili, che hanno tuttavia l’obiettivo molto strumentale (perverso? mi viene il dubbio….) di raccogliere voti. Ciò che è rimosso ritorna nella visione propagandistica e ideologica della realtà. Dunque, i problemi non vengono pensati come qualcosa che richiede la crescita di un sapere sociale e l’impegno faticoso e quotidiano della comunità a risolverli, ma come qualcosa che potrà essere eliminato con scorciatoie repressive, perché è qualcosa che proviene dall’esterno, che non riguarda la responsabilità dell’intera società, ma di singoli, di una minoranza di individui oppure di “altri” che vengono da fuori e con una colore della pelle diverso dal nostro.

Mercoledì 5 marzo. RICORDO DI CRISTINA AMADEI.
Sabrina Farci che ringrazio mi comunica che è morta la collega Cristina Amadei di Forlì. L’ho conosciuta ed apprezzata nel Progetto Orsetto per la formazione degli operatori alla prevenzione del maltrattamento e dell’abuso. Ricordo i suoi occhi azzurri, le sue barzellette, le sue espressioni di sensibilità, di empatia e di rabbia nel lavoro a contatto con il disagio e la sofferenza dei bambini, con i problemi della conduzione di gruppo degli operatori. Ricordo il grande cuore dietro le sue spigolosità. Ricordo la sua creatività e il suo impegno nell’avviare una coraggiosa ed efficace esperienza di conduzione di gruppo con gli operatori dell’area sanitaria, vincendo le resistenze istituzionali e culturali di tipo medicocentrico al confronto con le metodologie e con i principi dell’intelligenza emotiva. Rifletto su quanto possa essere utile pensare maggiormente alla nostra morte.

Marzo. PREPARARE I PICCOLI TESTIMONI ALLE AUDIZIONI.
In una città italiana. Un bambino parla in un’audizione protetta. E’ una mia profonda e rasserenante soddisfazione. Potranno poi i difensori e i consulenti dell’imputato arrampicarsi sui vetri per dire che il bambino è stato suggestionato, per tentare di dimostrare che la sua testimonianza non avrebbe alcun valore, né esprimerebbe autenticità. Ma intanto il bambino è riuscito a parlare, superando grandi ostacoli interni (vergogna, paura, difficoltà a rimettere nel cuore e a metter in parola il ricordo della terribile violenza subita…) e superando le grandi resistenze all’ascolto dell’ambiente familiare che pure l’ha appoggiato. Le parole del bambino comunque non potranno essere cancellate. Né potranno esserlo le modalità conflittuali ed autentiche con cui il piccolo s‘è espresso. Ho dato il mio piccolo contributo a questo risultato che mi ripaga di grandi fatiche e grandi disagi. Pretendere che bambini, in ipotesi vittima di abusi sconvolgenti o violenze terribili e in ogni caso portatori di un grande disagio, possano parlare nel contesto giudiziario, per loro massimamente ansiogeno e possano riuscire a portare il loro contributo all’accertamento della verità giudiziaria, senza alcuna preparazione e senza alcun sostegno emotivo, è una gravissima forma di violenza perché prospetta un compito impossibile, e rischia di condannarlo ad una situazione di ulteriore stress, nella quale oltretutto non potrà esprimersi in modo adeguato e se vittima non potrà essere creduto e trovare una qualche forma di giustizia e riparazione.
La preparazione di un bambino all’audizione protetta ovviamente non significa affatto intervenire sui contenuti, su cosa il bambino dovrebbe dire e su come dovrebbe dirlo. Non significa premere o suggestionare il bambino, ma dargli un sostegno informativo ed emotivo affinché sia in grado di esprimere con il massimo di chiarezza la propria verità. Bisognerebbe andare nella direzione tracciata in alcuni Stati da rilevanti progetti di protezione del bambino, presunta vittima di violenza, chiamato a testimoniare nel processo penale. Il Child Witness Project, realizzato dal 1987 con fondi del governo canadese, punta a compensare lo squilibrio di potere e di esperienza, esistente in tribunale tra l’accusato e il bambino, perseguendo due obiettivi: ridurre il timore e l’estraneità indotta nel bambino dal contesto giudiziario attraverso la trasmissione di informazioni preliminari e diminuire la paura, l’ansia e lo stress associati al momento della testimonianza. Il programma è suddiviso in diverse aree: familiarizzare il bambino con i ruoli, le procedure, le parole chiave del contesto giudiziario; chiarirgli il significato del giuramento; insegnargli buone tecniche per testimoniare; spiegargli la natura accusatoria del processo e i suoi possibili risultati; metterlo a suo agio attraverso una visita nell’ambiente del tribunale.

venerdì 7 marzo 2008

Ascolto dell'abuso e media: un rapporto problematico, di Claudio Bosetto

Lavorando nella formazione sui temi della prevenzione del disagio e del maltrattamento ai danni dell’infanzia, è frequente che colleghi insegnanti chiedano la mia opinione su fatti che hanno colpito la loro sensibilità: in particolare molte sono le domande su eventi come quelli di Rignano Flaminio o, più recentemente, di Pont Saint Martin, dove un insegnante condannato in primo grado per pedopornografia, stava per essere reintegrato nella scuola dove lavorava precedentemente al suo arresto.
Queste richieste esprimono un interesse importante e legittimo che va al di là dei singoli eventi: se non possiamo entrare nel merito di questi casi, possiamo, e direi dobbiamo, riflettere e prendere una posizione sociale, culturale, educativa rispetto al fenomeno del maltrattamento e dell’abuso, rispetto alla sua visibilità e all’immagine che di esso ne danno i media; dobbiamo e possiamo, in particolare, prendere una posizione rispetto alla prevenzione del fenomeno.

In primo luogo vorrei dire qualcosa sulle modalità con cui i media spesso affrontano questi temi.
Mi illudevo che la divisione popolare tra “colpevolisti” ed “innocentisti”, fosse un fenomeno di costume del passato, che ci riporta ad una “italietta” del dopoguerra, ingenua ed ignorante, dove i fatti venivano valutati e giudicati in base ai propri pregiudizi. Il pregiudizio è invece ben vivo ed operante e quasi sempre a senso unico: i bambini mentono, non sono affidabili, sarà forse vero che certe cose capitano, ma certamente non capitano qui, nel mio paese, nella scuola del mio quartiere... e sentiamo ancora, trasmesse dalla televisione, le opinioni di chi pensa di poter giudicare colpevolezza od innocenza vuoi guardando in faccia il sospettato, vuoi leggendo una cronaca o valutando lo status sociale, o partendo da una superficiale conoscenza («...era un mio vicino di casa, è tanto una brava persona...»).
Ed è anche sconsolante vedere come i media, e la televisione in particolare, dapprima gettino in pasto all’opinione pubblica presunti colpevoli, la cui vita sarà comunque drammaticamente segnata, e dopo si ergano essi stessi a difensori di quella riservatezza e prudenza che hanno senza alcun scrupolo ignorato e tentino, talvolta con stupefacente faccia tosta, di assegnare ai giudici o ai periti la responsabilità di “creare il mostro”.

In secondo luogo possiamo riflettere su quanto la “diseducazione” che ci arriva da molti media incida negativamente sulle possibilità di prevenzione dell’abuso e del maltrattamento.
La prevenzione ha alla base l’ascolto ed il dialogo, attraverso il quale i bambini devono acquisire consapevolezza su alcuni punti che possiamo così sintetizzare:
1. l’abuso sessuale esiste ed è possibile individuarlo e quindi fermarlo;
2. l’abuso sessuale è sempre male, è possibile però curare le conseguenze dell’abuso;
3. l’abuso sessuale è sempre una colpa degli adulti, i bambini non sono mai responsabili;
4. esistono adulti capaci di ascoltare, aiutare, che desiderano mettersi autenticamente dalla parte dei bambini e a cui è possibile fare riferimento;
5. per contro i bambini devono sapere che non esiste nessuna “zona bonificata” dalla possibilità di abuso e violenza, questo non significa vivere nell’eterno sospetto, ma saper vedere e “sentire” senza pregiudizi;
6. i bambini devono sapere che non esiste nessun carattere esterno che distingua un perverso e che non esiste nessun ruolo adulto che garantisca in modo assoluto la benevolenza nei loro riguardi.

In questi mesi, a proposito di Rignano e di altri casi simili, abbiamo ascoltato opinioni che minano non solo la possibilità di far chiarezza su questi casi (“I bambini mentono o sono manipolati, in ogni caso l’abuso non è dimostrabile”) ma la stessa possibilità di una prevenzione efficace.
E ciò segnatamente avviene quando:
• Si negano l’esistenza, le dimensioni, la diffusione del fenomeno (“...l’abuso sessuale ci sarà anche ma non qui da noi...”)
• Si relativizza la colpa e il trauma dell’abuso (“...anche gli antichi Greci..., ...anche alcune popolazioni primitive...”), Chissà se i diffusori di questa “cultura” così “aperta e tollerante” (tolleranza sempre a senso unico) hanno mai chiesto ad un adolescente dell’antica Grecia, oggetto dell’attenzione di un maestro pedofilo, o ad un bambino sottoposto a riti tribali che prevedono rapporti orali con adulti, se gradivano o meno questo tipo di attenzioni e premure?
• Si suppone nel bambino una volontà seduttiva o si reputano “normali” forme di erotismo e sessualizzazione con caratteristiche adulte.
• Si nega aprioristicamente che i bambini possano rendere testimonianze credibili.
• Si sostiene che ci sono luoghi (le scuole, le parrocchie...) o persone (gli insegnanti, i religiosi...) che non possono essere mai collegati con la perversione.
• Si collega la perversione a qualche tratto visibile, nel fisico o nello status sociale (“...ma non può essere perverso, è così una brava persona, non ha l’aspetto di un pedofilo...” e quale aspetto avrà mai un pedofilo: le corna, i peli sul palmo delle mani? E poi perchè un pedofilo non potrebbe apparire, in altri ambiti e contesti, “una brava persona”?).

Una conseguenza è che la prevenzione si basa spesso su una modalità perdente e fuorviante perché è basata su racconti non realistici (i pedofili adescano con le caramelle…) o su manipolazioni della realtà (devi stare attento ai barboni, ai marocchini, a chi ha atteggiamenti “diversi”…) impedendo quindi al bambino di percepire il reale pericolo. Infatti in relazione a “maniaci”, pedofili …, i bambini dimostrano di possedere informazioni vaghe che producono spesso errori interpretativi, in altri casi informazioni “tecniche” a volte molto crude e terrorizzanti. In ogni caso è difficile trovare minori con informazioni realistiche date da adulti con disponibilità all’ascolto.
Anche gli adulti che dovrebbero aver cura dei minori sono spesso disorientati, presi tra notizie sensazionalistiche e terrorizzanti che producono incredulità e sgomento a cui seguono spesso negazione, svalutazione della testimonianza dei bambini, incertezza sulla possibilità di avere giustizia.

Quale possa essere la modalità comunicativa adeguata sia all’età che al contesto, è proprio l’oggetto della nostra ricerca. Sul sito del Centro Hansel e Gretel www.cshg.it si possono trovare alcune indicazioni, altre ne daremo e ne attendiamo su questo blog.

giovedì 6 marzo 2008

Chi ascolta i bambini inizia a curarli, di Claudio Foti

articolo pubblicato sul quotidiano L’Unità, 5 marzo 2008

Dalle ricerche retrospettive sull'abuso in età infantile e adolescenziale svolte in tutte le parti del mondo, emergono cifre impressionanti: dal 7 al 15 % della popolazione maschile prima dei 18 anni, dal 10 al 35% di quella femminile, hanno subito un impatto traumatico con la sessualità.
Se si proiettano sulla popolazione italiana i dati emergenti da un'indagine dell'Istat su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni si può dedurre il dato sconvolgente, in base a cui 6 milioni e 700 mila donne hanno subito in Italia episodi di violenza fisica e sessuale nel corso della loro vita. 5 milioni di donne hanno subito almeno un episodio di violenza sessuale e 1 milione e 400 mila possono essere le donne che hanno subito una qualche forma di violenza prima dei 18 anni.
Una ricerca dell'lstituto degli Innocenti haa permesso di stimare che il 5,9% di tale popolazione femminile ha patito una qualche forma di abuso sessuale, il 18,1% ha esperito sia eventi di abuso sessuale che di maltrattamenti, mentre il 49, 6% ha vissuto una qualche forma di esperienza sfavorevole che ha danneggiato l'evoluzione infantile e adolescenziale. Le vittime tendono per lo più a rimuovere o a espellere dalla mente la violenza subita e non già a comunicarla. Una buona pane di queste violenze non sono mai state esplicitate a nessuno nel corso dell'infanzia e dell'adolescenza. Solo una ridottissima percentuale (2,9%) ha denunciato all'autorità giudiziaria l'abuso sessuale subito. La maggior parte degli abusi rimane chiusa dal silenzio e dal senso di colpa della vittima, avvolta nel segreto e nell'imbroglio, in una sintomatologia che perde sempre più i nessi con le sue cause.
La violenza sui bambini è il risultato di una grave ostruzione della comunicazione sociale. I blocchi sono due: le vittime fanno fatica a chiedere aiuto in forme esplicite, gli adulti che li circondano fanno resistenza all'ascolto. Tutto questo va contrastato, ma innanzitutto capito: il contenuto che dovrebbe essere comunicato concerne un trauma e il trauma presenta un carattere talmente penoso e sconvolgente che non risulta interamente pensabile da parte della vittima. Di più è un'esperienza che tende a travalicare non solo la capacità di ammissione da parte dell'autore, ma anche la capacità di percezione del testimone e la capacità di riconoscimento culturale della comunità e, spesso, della stessa comunità scientifica.
La negazione è intrinseca alla violenza. Non esiste guerra o sterminio senza un sistema di propaganda impegnato a dimostrare la legittimità di quegli eventi o a sostenere che non si ha a che fare con guerra e sterminio, bensì con iniziative nobili e necessarie.
Non esiste storia di una genocidio senza una schiera di negazionisti o revisionisti tesi a dimostrare che a ben vedere genocidio non c'è stato. II furto di verità accompagna sempre la violenza sul bambino. L'abuso si produce due tempi: c’è il tempo dell’azione in cui si consuma il coinvolgimento sessuale e c'è il tempo della negazione nel quale l'adulto abusante trasmette al bambino il messaggio implicito od esplicito “non devi accorgerti che questa è violenza...”: « Non è abuso, sono coccole... e anche a te piace!»; «Non è abuso, ti sto facendo scoprire un gioco meraviglioso»; «Non è abuso, tutti i padri lo fanno».
Nello scenario dell'abuso c'è un autore della violenza che attraverso la minaccia e il diniego punta a isolare la vittima dalle comunicazioni con il contesto sociale; c'è poi un bambino che non riesce a porsi come emittente efficace della comunicazione per la presenza di pesantissimi ostacoli, esterni ed interni, alla rivelazione; c'è infine un adulto, potenziale ricevente delle comunicazioni del bambino che spesso fa barriera all'ascolto delle emozioni e quindi lascia cadere di fatto le richieste di soccorso del bambino e i suoi tentativi di individuare e mettere alla prova un interlocutore adulto meritevole di fiducia.
La violerai sessuale sui bambini non avrebbe modo di prodursi in modo continuativo se non ci fossero adulti perversi interessati a costruire un cordone di silenti attorno alle loro prede, se non ci fossero piccole vittime, incapaci di esplicitare con chiarezza il proprio malessere e, soprattutto, se non ci fosse un ambiente circostante tendente all'insensibilità e all'indifferenza e scarsamente disponibile all'ascolto dei bambini.
Quando ogni comunicazione attorno all'abuso è bloccata, l'abuso sessuale su un bambino diventa «un delitto perfetto», come scrivono Gruyer e altri: viene messa una pesante pietra sopra la verità dell'accaduto e sopra il futuro della vittima.
Delle tre figure fondamentali del dramma del maltrattamento, quella che primariamente può e deve mettersi in discussione è quella dell'adulto che può diventare testimone soccorrevole del malessere del bambino e non più testimone cieco, sordo e muto di fronte alle svariate forme di svelamento passivo ed attivo dell'abuso. Il primo passo non lo può fare il bambino che si trova in grave situazione di difficoltà, fintanto che non trova qualcuno che lo aiuti a sbloccare la comunicazione dei propri sentimenti e della propria storia. Né tanto meno il primo passo lo può compiere l'adulto perverso, che è impegnato a nascondere le tracce della violenza
Sono gli adulti che entrano in contatto con il bambino, che devono imparare a mettere i più piccoli nelle condizioni di esprimere il loro disagio, piccolo o grande, i loro problemi piccoli o grandi, riducendo il giudizio, la fretta e aumentando l'accettazione, la disponibilità mentale e di tempo, la vicinanza emotiva. Sono i genitori e coloro che ricevono un mandato sociale e istituzionale per l'educazione, la cura e l'assistenza dei bambini che devono fare il primo passo neIl'attivare il circuito positivo della comunicazione attorno al disagio, innanzitutto mettendosi in discussione e riconoscendo la propria difficoltà di ascolto e le proprie componenti d'incompetenza emotiva e rela.
Una delle principali cause dell'inibizione della piccola vittima è la vergogna, ovvero la difficoltà a rivelare aspetti di sé lontani dall'immagine ideale che vorrebbe presentare. La vergogna è dovuta frequentemente al fatto di aver svolto - costretto dall'iniziativa seduttiva dell'abusante - ruoli attivi ed eccitanti nel corso dell'abuso. La comunicazione di un bambino che vive una condizione di forte disagio inizia non dalla sua bocca, ma dall'orecchio dì chi ascolta, ovvero dalla disponibilità ad un ascolto benevolo da parte di un adulto che si pone come testimone soccorrevole
Occorre in conclusione aumentare la capacità di ascolto sociale della comunità adulta, contrastando l'indifferenza, l'insensibilità, l'indisponibilità. Solo se noi adulti impareremo il linguaggio della comprensione empatica e dell'intelligenza emotiva, favoriremo i! passaggio di tante vicende di abuso sui bambini dall'impensabilità ed dall'indicibilità, all'orizzonte della comunicazione e della protezione; dall'oscurità del segreto alla prospettiva di un delitto, che non sarà più «perfetto», ma che potrà trovare ascolto, cura e riparazione.