Montessori auspicò la messa a punto di una pedagogia volta a modificare e migliorare l’azione educativa attraverso metodi ricavati dall’esperienza sperimentale compiuta con i bambini in condizioni di vita reale, che si basano sulla conoscenza globale del bambino, rispettando così la sua intima natura e che rispondono ai suoi bisogni, arrivando a definire il concetto di autoeducazione.
La pedagogia, il metodo didattico, l’insegnante, l’istituzione scolastica devono aiutare il bambino a trovare i mezzi idonei e a servirsi delle sue potenziali risorse per esprimersi e svilupparsi. Il ruolo dell’insegnante non è più quello di onnipresente guida, ma di coordinatore delle attività individuali e sociali dei bambini; affianca i bambini consigliando e stimolando. L’agire dell’educatore diventa piuttosto un osservare, un vivere, che non un insegnare, vietare e punire.
Il fine dell’educazione, la regola centrale del metodo stanno nella difesa della libertà del bambino, nel rispetto della sua gradualità di crescita fisica e psichica, nello sviluppo delle sue esperienze, evitando che l’adulto imponga la propria esperienza, i propri interessi, i propri modi di apprendere e ragionare.
Il bambino possiede un’intensa capacità di assimilazione delle esperienze: Montessori parla di “mente assorbente” e di “periodi sensibili” che permettono al bambino di mettersi in rapporto col mondo esterno in una maniera eccezionalmente intensa; tutto è facile, allora, tutto è per lui entusiasmo e vita. Ogni sforzo è un aumento di potenza. Quando una di queste passioni psichiche si è estinta, altre fiamme si accendono, e l’infanzia trascorre così, di conquista in conquista, in una vibrazione incessante. E’ in una di queste “belle fiamme spirituali”, che fiammeggiano senza mai consumarsi, che si compie l’opera creatrice del mondo spirituale dell’uomo.
Questo è un altro tratto di modernità del metodo Montessori perché rinvia all’idea di una mente inconscia, di una sensibilità capace di appropriarsi senza fatica né intenzionalità delle cose, cioè del bambino che assume ciò che lo circonda non soltanto con la mente, ma con tutto se stesso. Ed ha saputo vedere nel rispetto della personalità del bambino e della sua originalità interiore un mezzo per migliorare la società umana, per conquistare all’esercizio della pace e della tolleranza tutti gli uomini.
Certamente, oggi, queste considerazioni non sono necessariamente scontate.
L’invito di Claudio a rileggere Maria Montessori mi ha spinta ad approfondire una riflessione che ha a che fare con l’importanza della storia.
L’operatore pedagogico, o educatore professionale, ha dei padri e delle madri a cui ispirarsi e con cui confrontarsi. Può incontrare, attraverso i suoi libri, Paulo Freire. Può studiare Lorenzo Milani, il suo modo di vivere e di lavorare. E ancora può cercare notizie di Rousseau, di Makarenko, di Dewey, di tanti altri.
Si accorgerà che a volte non è facile ritrovarne le tracce o che pur trovandole sembrano portare lontano dai luoghi dove oggi, in questo momento, un educatore è chiamato ad operare. Sembrano portare in situazioni affascinanti, suggestive e proprio per questo diverse, distanti. Ed i protagonisti sembrano essere personaggi dotati di un carisma straordinario e per questo inimitabile.
Si accorgerà che questi “genitori” hanno alcune caratteristiche comuni; soprattutto che la loro vita e il loro lavoro sono intrecciati strettamente, tanto che si può anche dire che la metodologia di ciascuno è profondamente implicata nella dinamica esistenziale ed esige una delicata operazione di evidenziazione per poterla riprendere come tale, cioè come metodologia.
L’operatore pedagogico ha bisogno di leggere e imparare a leggere questi “genitori” spogliandoli dal carisma e rivestendoli delle problematiche metodologiche e istituzionali.
Se questa epoca, nei particolari, ha saputo trovare soluzioni nuove, resta però fermo che i grandi problemi sono immutabili perché l’uomo è sempre lo stesso. Da Platone a Decroly, da Pestalozzi a Montessori, l’insieme dei grandi temi della pedagogia, i temi eterni, costituisce una storia. Nonostante i progressi della pedagogia, le concezioni anteriori sono utili a conoscersi, perché esse contribuiscono a dare un apporto di verità intorno all’uomo, si ispirano a una filosofia e a una morale, sono di per se stesse cultura.
La proposta di alcune teorie pedagogiche, dunque, per scoprire come siano ancora attuali le utopie e le esperienze costruite in luoghi diversi dalla scuola o dalla quale comunque volevano distinguersi e distanziarsi, riconducibili ad un modello di formazione totalizzante e unitaria.
Non per ripercorrere una storia delle dottrine o semplicemente per analizzare sistemi di teorizzazione, ma per osservare i problemi e il modo in cui alcuni autori, in momenti successivi, tentano di rispondere alle questioni, anche valoriali, che agli educatori si pongono permanentemente, per quanto il contesto e le modalità della problematica non cassino di variare.
Le posizioni più estreme e rivoluzionarie in materia di educazione sono nate intorno agli anni ’60 e partono dalla consapevolezza che le istituzioni scolastiche non solo sono molto influenzate da quelle politiche, economiche e sociali, ma che fanno con esse un tutt’uno, finalizzato alla conservazione del sistema, del quale viene proposta la radicale inversione. Le idee di coloro che volevano abbattere la scuola contemporanea, i descolarizzatori, concordavano nel dire che la scuola istituzionalizzata aveva grosse responsabilità nella crisi sociale, spingendo all’accettazione e alla giustificazione della società industriale e manipolatrice e, attraverso la strategia della descolarizzazione, si intendeva assicurare a tutti l’accesso all’istruzione e valorizzare le risorse critiche e creative della gente.
Una contestazione meno radicale ma più risolutiva sul piano concreto è invece quella delle scuole alternative, rivolta ad emarginati e oppressi e con una pedagogia di maggiore fiducia nella persona, non più ritenuta destinata alla sua condizione di devianza e corruzione, ma capace di cambiamento; una pedagogia fondata sul principio della libertà che vuole abolire l’imposizione e crede fortemente nello sviluppo spontaneo del bambino.
Le teorizzazioni e le esperienze sono tante, ma un posto a parte va offerto all’esperienza di don Lorenzo Milani a Barbiana. La sua non fu solo scuola a tempo pieno, ma scuola di vita, di condivisione, scuola per emarginati, scuola di liberazione. I suoi ragazzi dovevano imparare a leggere e a fare di conti, per sapersi difendere dalla vita.
Le scuole alternative creano una fiducia rinnovata nel futuro dell’educazione. La loro validità consiste soprattutto nell’avere offerto una testimonianza viva e concreta di come le idee rivoluzionarie e umanitarie possano staccarsi dal mondo della idealità, per tradursi in realtà operanti.
Ivan Illich, con la sua scuola conviviale e artigianale non si accontenta di queste concessioni perché, sostiene, non basta addolcire la scuola con iniezioni di permissivismo, quando resta la figura dell’insegnante. Paulo Freire, invece, risponde che educatore ed educando dovranno vivere in comunione e reciprocità di interessi attraverso la mediazione del mondo.
Di fronte alle scuole alternative che si propongono di innovare, trasformare, recuperare integralmente l’umano nei bambini, nei giovani e negli adulti, coinvolgendoli responsabilmente nel processo educativo e accrescendone il potere decisionale, si può affermare che la lezione dell’esperienza rimane una lezione di umiltà, di semplicità, di costume che infrange le barriere del consumismo e del magistrocentrismo, per proporre, alla prassi istituzionale, scuole autogestite, libere, aperte.
L’educazione, così, diventa uno strumento estremamente rivoluzionario, una forza potenzialmente dirompente di cambiamento. Colui che lavora per l’avvento di una umanità nuova: è forse questa la definizione migliore dell’educatore.
Nadia Croin